La comunicazione salverà il mondo

Se Fedor Dostoevskij affermava che la bellezza salverà il mondo, in questo stesso mondo dalle rapide trasformazioni ci si chiede se esista una qualità capace di umanizzarlo.

Molti studiosi si stanno cimentando su quest’ardita ed urgente riflessione.

Trovo interessante lo studio del gesuita giornalista messinese Antonio Spadaro che in questi ultimi anni si è occupato di Cyberteologia.

I media digitali sono parte integrante del nostro ambiente: dagli schermi urbani alla musica nei centri commerciali, dai cartelloni pubblicitari alle molteplici interfacce touch. Il cyberspazio non è un mondo parallelo per pochi iniziati, ma è il nostro mondo, dove reale e virtuale, materiale e immateriale, corpi e “profili” convivono e si definiscono a vicenda. La rete non è dunque uno strumento, ma il mondo che abitiamo, che estende i confini di quello che già conosciamo e ne cambia la percezione. Ma, soprattutto, è un luogo antropologico: uno spazio in cui incontrarsi, fare esperienza, elaborare significati comuni, allargare gli orizzonti. Ciò è possibile solo a una condizione: Internet non può essere l’orizzonte ultimo di riferimento.

Anche se può contenere virtualmente tutto, la rete è tanto più potenziante quanto più indica fuori di sé la direzione della pienezza della quale suscita il desiderio.

Il sociologo canadese Marshall McLuhan sosteneva che ogni medium insieme “abilita” e “disabilita”, creando nuove aree di percezione e di cecità. Certamente la rete ha creato nuove aree di percezione e ha valorizzato aspetti della comunicazione che si erano persi, “disabilitati” dal modello monodirezionale e tendenzialmente passivo del broadcasting: in particolare la componente attiva, creativa; e poi la reciprocità, la costruzione cooperativa del sapere, lo scambio, la partecipazione a una sorta di «intelligenza collettiva» (come la chiama il filosofo francese Pierre Lévy) o «connettiva» (come preferisce definirla il sociologo canadese Derrik De Kerkhove).

L’attività creativa può però esercitarsi in modo prometeico, secondo un «assolutismo della tecnica», come afferma Benedetto XVI nell’enciclica del 2009 Caritas in veritate, con effetti disumanizzanti oppure può raccogliere il mandato di portare la creazione a compimento: «la tecnica non è mai solo tecnica. Essa manifesta l’uomo e le sue aspirazioni allo sviluppo, esprime la tensione dell’animo umano al graduale superamento di certi condizionamenti materiali. La tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di “coltivare e custodire la terra” (cfr Genesi 2, 15), che Dio ha affidato all’uomo e va orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio» (ivi, n. 69). La logica della rete oggi illumina di nuovo significato la verità della fede e il modo di pensare la Chiesa anche se non si tratta di considerare quest’ultima un semplice «spazio connettivo», in un’ottica puramente orizzontale.

L’immagine della vite e dei tralci indica la natura peculiare della relazione umana, che nell’era digitale acquista una nuova evidenza: solo se restiamo «connessi», non solo tra di noi, ma rimanendo in Cristo, avremo la vera vita. Una connessione orizzontale, quindi, che trae linfa dalla mediazione tra cielo e terra. La stessa logica della rete – dove si lasciano le proprie opinioni su musica e libri, o i propri giudizi in materia di affidabilità di un utente di siti commerciali – ci invita a farci testimoni: «la testimonianza è da considerare, all’interno della logica delle reti partecipative, un “contenuto generato dall’utente”», anche perché nell’era digitale i contenuti passano attraverso le relazioni, e relazioni che siano autorevoli, cioè manifestino un legame profondo tra parole e vita. Se il virtuale è reale – e in molti casi si tratta di una «realtà aumentata », più complessa di quella materiale grazie all’infinito gioco delle connessioni –, è un luogo antropologico e potenzialmente simbolico, perché allora non farne anche il luogo dei sacramenti? La risposta è molto chiara: il virtuale è reale, ma di una realtà cui manca la pienezza che si ritrova invece nella liturgia e nei sacramenti: non la esclude, ma non può contenerla. La rete può produrre sintonia emotiva o ricchezza informativa, ma la partecipazione ai sacramenti è qualcosa di più, dato che il sacramento è un segno efficace, che produce effetti nella realtà. E che non può prescindere dal contatto intercorporeo, dalla relazione con la persona nella sua totalità.

La rete non può contenere quella che Romano Guardini definisce «la libera pienezza della totalità cristiana»: essa aumenta l’accessibilità, ma riduce la qualità della presenza. La presenza che si realizza nei sacramenti è invece una “presenza aumentata”: non dalla tecnica, ma dalla Grazia, che “buca” l’orizzontalità del web. In un mondo dove, in assenza di riferimenti esterni, rischiamo di finire risucchiati dai nostri dispositivi e dal cerchio autoreferenziale di immanenza che essi costruiscono, la fede e il linguaggio della liturgia rappresentano un luogo di resistenza, e quindi di libertà, rispetto ai rischi di smaterializzazione dell’era digitale. D’altra parte la rete, se non può farsi luogo della liturgia e dei sacramenti, può però stimolare a un rinnovamento la liturgia di oggi che, influenzata dal carattere astratto e un po’ intellettualistico dell’era predigitale, rischia di veder indebolita proprio quella capacità di coinvolgimento totale che è in grado di parlare a tutti, nativi digitali compresi. La questione di come possano vivere la liturgia persone avvezze alla «realtà aumentata » è importante, specie quando la liturgia insiste troppo sulla dimensione semantica, a scapito della componente simbolica e rituale: che non è una “cerimonialità” formale, ma un linguaggio polisensoriale totale (fatto di immagini, luci, suoni, profumi, colori, gesti) in grado di mettere in comunicazione il cielo e la terra, il finito e l’infinito. In questo senso, la liturgia può essere oggi un luogo non solo di resistenza alla perdita di corporeità e concretezza, ma anche di recupero della pienezza del reale attraverso il simbolico.

Niente è profano quaggiù per chi sa vedere.

È questa la sfida di libertà che siamo chiamati a raccogliere oggi.

 

Fra AMAB

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *