Evoluzionismo: Il tramonto di un dogma

Ricordo che fino a pochi anni fa mettere in discussione nei programmi scolastici il darwinismo era tabù.
Strano che una teoria che la scienza stessa non ha mai dimostrato compiutamente non potesse essere smentita.
Guai a dire ai bambini che l’uomo NON discendeva dalla scimmia!

 
Oggi il darwinismo sta cominciando a manifestare segni di esaurimento e fatica. E a suonare il rintocco funebre non sono solo i creazionisti. Lo stesso Darwin era ben consapevole dei punti deboli della sua teoria. Definì l’origine delle piante capaci di fioritura “un abominevole mistero”. Ed è un mistero che resta tuttora insoluto.
Nel corso di più di cento anni gli scienziati hanno cercato assiduamente le tracce fossili del cosiddetto “anello mancante” tra le forme vegetali primitive prive di fioritura, senza riuscire a trovarle.
Nel frattempo sono invece emerse tutta una serie di contraddizioni problematiche. Difficilmente Darwin avrebbe mai potuto immaginare che nel giro di un secolo dalla pubblicazione della sua “Origine delle specie”, l’umanità sarebbe giunta alla scoperta della struttura del DNA.
Per uno dei tanti capricci del destino, la prima bomba capace di provocare profondi squarci nelle trame della teoria dell’evoluzione è stata sganciata proprio da un biochimico. Nel suo “Darwin Black Box: The Biochemical Challenge to Evolution”, Michael Behe, professore, ha puntato l’indice su alcuni strani risultati dei testi di laboratorio. E in particolare si è concentrato su cinque fenomeni: la coagulazione del sangue, le ciglia, il sistema immunitario umano, il sistema di trasporto di materiale nelle cellule e la sintesi dei nucleotidi, arrivando così a una sconvolgente conclusione: si tratta di sistemi di tale IRRIDUCIBILE COMPLESSITÀ che non è possibile ipotizzare un percorso graduale darwiniano che, passo dopo passo, abbia portato alla loro creazione. […]
Il darwinismo è l’unica teoria scientifica insegnata universalmente che non abbia mai superato i rigorosi standard della scienza. Nonostante ciò, i darwinisti affermano che il darwinismo non possa più essere considerato una teoria, ma piuttosto una realtà scientifica irrefutabile. Il problema non è la scelta tra creazione biblica ed evoluzione. In realtà la faccenda si riduce a un singolo interrogativo: la teoria di Darwin trova conferma in prove scientifiche valide?
I critici controbattono che il motivo della mancanza di forme transizionali è del tutto semplice: la teoria di Darwin non trova conferma nei più rigorosi criteri scientifici giacché contiene errori fatali. I suoi principi fondamentali non giungono infatti a prevedere quello che si è dimostrato essere il risultato di più di un centinaio di anni di ricerche: anelli mancanti e non specie transazionali.
Per dirla con le parole di Richard Milton, “Darwin è ormai pronto per finire in soffitta”.»
Ogni volta che un paradigma scientifico si avvia al tramonto, vi è tuttavia una fase di passaggio, nella quale alcuni esponenti del vecchio sapere si industriano per elaborare teorie di compromesso, che permettano di integrare i nuovi dati e le nuove acquisizioni scientifiche con la concezione generale precedente, che, per la sua vetustà, nessuno osa mettere apertamente in dubbio; perché ciò accada, bisogna che i tempi siano maturi e che qualche studioso estraneo al vecchio paradigma, e perciò privo di sentimenti reverenziali verso di esso (o, magari, di interessi materiali da difendere), prenda d’assalto la cittadella ormai indifendibile, provocando il crollo delle ultime resistenze.
Ma c’è dell’altro. Nel ’600 quando in Inghilterra si fece strada l’idea di uno Stato legittimato da una classe di scienziati: fu Francis Bacon a proporlo nella Nuova Atlantide.
Da quell’idea nacque la Royal Society, la “casta sacerdotale” di scienziati che avrebbe supportato l’Impero Britannico. Tuttavia fu ben presto evidente che quella casta aveva bisogno di un testo di riferimento, di una nuova “Bibbia” capace di offrire una nuova visione del mondo: l’occasione buona sarebbe giunta nel 1859 quando Charles Darwin pubblicò l’Origine delle specie.
Era una teoria che si prestava a divenire una sorta di seducente mito moderno della creazione, un mito basato sulle idee classiste dell’economista Thomas Robert Malthus. Da allora quelle idee si sono affermate come verità di natura, giungendo ad orientare le politiche degli stati occidentali e delle Organizzazioni Internazionali, non esclusa l’ONU.
La cronaca e l’attualità mostrano che anche nel mondo contemporaneo la scienza ha assunto la funzione di legittimare il potere: molte delle scelte più importanti non possono infatti essere compiute senza il sostegno di questa autorità, l’unica in grado di generare un consenso unanime.
Nuova teoria arrampicaspecchi è quella del Gender. Del resto, che gli evoluzionisti “ortodossi” siano ridotti ormai alla disperazione, lo prova la scelta dell’ultima trincea, nella quale hanno deciso di arroccarsi a difesa: se la nostra teoria è sbagliata, essi dicono, volete allora spalancare le porte all’oscurantismo religioso fondamentalista, ossia al creazionismo letteralista della Bibbia?
Il che è un modo tanto palese, quanto indebito, di spostare la discussione dal suo terreno naturale, quello della scienza, ad un terreno che le è del tutto estraneo, quello della polemica ideologica, per mezzo di qualcosa che è molto simile ad un ricatto.
Infatti, non tocca agli scienziati discutere se il creazionismo sia preferibile all’evoluzionismo; ad essi compete solo di pronunciarsi circa la solidità dei fondamenti scientifici dell’evoluzionismo. Se tali fondamenti risultano insufficienti, allora bisogna riconoscere che la teoria di Darwin si regge sul vuoto e che deve essere messa fra parentesi.
E non si dica che non bisogna gettare a mare ciò che si possiede, prima di aver trovato qualcosa d’altro con cui sostituirlo, perché questo non sarebbe un ragionamento scientifico, ma un sofisma ideologico.
In realtà, gli evoluzionisti sanno benissimo che l’alternativa vera non è fra creazionismo e darwinismo, ma fra quest’ultimo e qualche altra teoria scientifica, più capace di render ragione del fenomeno della complessità delle forme viventi e della mirabile armonia che le caratterizza: a cominciare da quel finalismo in cui fermamente credevano i “filosofi naturali” dell’antichità e del medioevo, ma che, da Galilei e Cartesio in poi, è stato sbrigativamente liquidato come non scientifico dai propugnatori della cosiddetta Nuova Scienza.

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