I superbi non si divertono mai

Riflessioni sulla Liturgia della Parola della XXX Domenica T.O. (C)

Il Capitolo XVIII di Luca ci presenta la figura del superbo.
Gesù narra di due uomini, un fariseo e un pubblicano che si ritrovano insieme al tempio per la preghiera. Il primo, “stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio, che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo…” (Lc 18,11-12).
Alla fine, poiché compie opere non comandate dalla Legge, egli è perfino “creditore” nei confronti di Dio!Ma la verità sulla propria vita appartiene al pubblicano, non al fariseo che rimane fermo nel suo inganno: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1Gv 1,8).
Più che un singolo tipo di peccato la superbia appare come un’espressione che indica una costellazione di peccati: orgoglio, arroganza, arbitrio, tracotanza, apparenza esteriore, desiderio di abbassare gli altri per emergere.
La superbia è la radice dell’albero del male ed è il “padre” di tutti i vizi capitali.
La superbia ci fa sentire “padre eterni”: padroni della vita, del mondo, della storia e degli altri, come la teoria del superuomo rappresentato bene nei film di Kubrick ci dimostra.
Il superbo è una persona innamorata della propria superiorità, vera o presunta, per la quale ha un bisogno esagerato di riconoscimento.
Il bisogno di riconoscimento nell’essere umano è fortissimo: forte al pari di altri bisogni più esistenziali…
A un certo punto della nostra storia, il Comunismo ha affermato che gli uomini sono tutti uguali.
Da una parte, il diffondersi di tali convinzioni è stato benefico al progresso: gli uomini hanno incominciato ad avere pari opportunità indipendentemente da razza, credo, estrazione sociale.
D’altra parte, tuttavia, una forma esasperata di uguaglianza, riconosciuta per diritto di nascita, in alcuni paesi del mondo ha prodotto quell’omogeinizzazione dell’umanità che toglie ad ogni uomo la lotta per il riconoscimento, favorendo di conseguenza l’esplosione della superbia.
Gli uomini, infatti, sono tutti diversi. É certamente giusto che abbiano pari opportunità, nondimeno ci tengono alla loro individualità e unicità. Se vivono in condizioni che non permettono di rivendicare il proprio valore personale, in una società in cui, per “statuto”, sono tutti uguali, è più probabile che la superbia e la vanagloria possano trovare terreno fertile per svilupparsi.
Anche il Cristianesimo, male interpretato, è stato utilizzato per affermare che gli uomini sono tutti uguali. In effetti il messaggio del Vangelo era un altro: Gesù affermava infatti che “gli uomini sono un Uno”, non che sono tutti uguali, e “la parabola dei talenti” ne è una dimostrazione…
Nulla di buono potremmo fare senza una adeguata stima di noi, stima che dipende dalla consapevolezza delle nostre doti e dei nostri limiti. Ma quando l’orgoglio travalica, si trasforma in vanità, boria, e superbia.
Di solito la persona superba si conosce poco; è talmente infatuata di se stessa che ogni tentativo di renderla più consapevole si rivela inutile. Non vuole intendere ragione, non tollera alcuna contraddizione e gli piace la compagnia degli adulatori.
La superbia fa sì che l’uomo si opponga ad ogni trasformazione interiore; fa tutto il possibile perché l’uomo non veda ciò che c’è di buono nell’altro, non perdoni, non esprima i suoi sentimenti e le sue emozioni, non sia autentico, non cerchi di fare qualche cosa per la sua crescita personale.
Come ci insegna Dante nel Purgatorio: bisogna mettersi un peso sulle spalle e guardare un po’ per terra senza guardare (e giudicare) sempre agli altri.
Correttivo della superbia è l’umiltà, ma non quella che coincide con la diminuzione di sé fino al limite dell’autodenigrazione. Piuttosto, quell’umiltà che frena l’impulso ad ignorare i propri limiti e perseguire mete che non sono alla propria portata.
La consapevolezza dei propri limiti concede ad ognuno di essere orgoglioso di sé senza doversi sottomettere ad un altro per umiltà, perché in questo caso non di umiltà si tratterebbe, ma di umiliazione.
Nella nostra cultura c’è poco orgoglio e molta superbia, poca dignità e molta apparenza: per apparire si è disposti persino a svendersi e servire. É il degrado che crea uomini superbi senza orgoglio e uomini servizievoli senza umiltà. La superbia è servile: non deve stupire chi, dopo avere conosciuto potere e ricchezza, quando va in rovina non ha nessuna difficoltà a strisciare.
La superbia è anche sottilmente imparentata con l’invidia, poiché il superbo, se da un lato tende a superare gli altri, quando a sua volta è superato non si rassegna, e l’effetto di questa non rassegnazione è l’invidia.
Al pari dell’invidia, anche la superbia ha un carattere “relazionale” nel senso che nessuno si insuperbisce in solitudine, ma sempre in relazione agli altri, di cui ha un assoluto bisogno per poter esprimere nei loro confronti la sua superiorità.
Quando qualcuno si mostra gentile e umile, può succedere che la gente pensi che sia un debole, e ne approfitti per calpestarlo con prepotenza. Ma dopo un po’, tutti si accorgeranno che il suo comportamento non è dettato da debolezza ma da una grande forza morale e spirituale.
Un antidoto alla superbia è anche la gratitudine verso il Signore e verso gli altri. Saper dire: “Grazie” di vero cuore ci libera dall’egoismo, dall’orgoglio e dal dare tutto per scontato. Dobbiamo essere degli uomini e delle donne che ringraziano continuamente. Ringraziare è gratis, non costa Per essere umili, infine, bisogna sapere anche ridere su se stessi. Perdere il senso del limite e non essere più capaci di humour su se stessi conduce a quella ipertrofia dell’ego che presto o tardi porta a conseguenze nefaste per la propria vita. Meglio allargare l’orizzonte e puntare sull’essenziale della vita per consentire di raggiungere la vera libertà fonte di genuina realizzazione di sé. Dovremo dire con il libro dei Proverbi (11,2): «Ubi humilitas ibi sapientia» (Dove c’è l’umiltà, c’è la saggezza).
La verità su se stessi proviene dalla capacità di ascolto e gratuità che sostiene la profonda intelligenza in ricerca della verità ultima, ma ci rende più umani nei confronti di chi ci circonda e chi incontriamo.

Fra AMAB

Preghiera

Signore, mi sento una formichina, che quando alle volte viene calpestata dagli uomini corre più veloce non per paura, ma per amare di più. Porto pesi più grandi di me, ma sono piccola, fragile e povera. La Grazia del tuo Amore mi dona la forza di un bufalo e le ali delle aquile per volare verso i «Cieli dei Cieli». Cammino per terra con lo sguardo sempre rivolto al Cielo, sono impastata di «terra e di cielo» per costruire la città di Dio sulla realtà in cui vivo. Da sola, non ce la faccio a lavorare e portare le molliche del pane ai miei fratelli e alle mie sorelle, ma insieme agli altri che mi aiutano sono più forte. Porto il cibo anche per le cicale che cantano spensierate e muoiono di freddo e di fame l’inverno, provvedo per chi è irresponsabile e immaturo. Creatore dell’universo, costantemente lavoro, nel silenzio e nel nascondimento, mi organizzo socialmente e sono industriosa e creativa, ma tutto è dono tuo e ti chiedo di essere

 

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