La malattia genetica della democrazia americana

 Il 25 maggio 2020 a Minneapolis (Minnesota) l’agente di polizia Derek Chauvin preme il suo ginocchio sul collo di George Floyd fino a provocarne la morte.Il supplizio dura otto minuti e quarantasei secondi.
Floyd è un quarantaseienne statunitense addetto alla sicurezza di un ristorante fermato dalla polizia per sospetto uso di una banconota falsa da 20 dollari nell’acquisto di sigarette.
La vittima è un afroamericano.
Il fatto, ripreso con un cellulare e mandato in rete, innesca indignazione, proteste pacifiche in piazza e attraverso i social network, ma anche reazioni violente in tutti gli Stati Uniti e nel mondo.
L’utilizzo brutale della forza in un normale controllo di polizia è poco comprensibile in Europa e in Italia (anche se non mancano casi, come quello di Stefano Cucchi).
Per valutare l’episodio e le reazioni è necessario mettere a fuoco le ragioni profonde, capire cioè come si è costituita e come funziona la società americana.
Esiste purtroppo un peccato originale nella costituzione del Paese Nordamericano: il razzismo.
L’esperienza originaria della storia USA ricorda l’esproprio con inganno, furto e violenza dei nativi indiani durante l’epopea del Far West.
Più tardi la discriminazione dei neri diventa funzionale all’instaurazione o alla preservazione di sistemi di potere nei quali si sfrutta il lavoro degli schiavi in modo sistematico.
Fino al 1960 vige il regime dell’apartheid: bianchi e neri sono divisi in ogni attività quotidiana della società civile: si acquista in supermercati e negozi diversi, si mangia in ristoranti separati, si soggiorna in hotel distinti, le scuole sono diverse.
Nel 1848 Alexis de Tocqueville, dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, rileva che “in quasi tutti gli stati in cui la schiavitù è stata abolita si sono concessi ai negri i diritti elettorali, ma se uno di loro si presenta per votare rischia la vita”.
L’identità razziale del “negro” è stata infatti inventata e imposta agli schiavi dagli schiavisti e poi usata per escludere la loro progenie dalla cittadinanza attiva.
All’asfissia letale di George Floyd corrisponde l’asfissia che conduce alla morte sociale, morale e culturale degli Stati Uniti d’America.
Come ha affermato il card. Joseph Tobin, vescovo di Newark, “La tolleranza del razzismo e la sordità collettiva al grido di coloro che sono così gravemente offesi e la promozione consapevole e inconscia delle divisioni negli USA ha incoraggiato a propagare l’odioso male del razzismo. L’acceso dibattito politico promuove una legge selvaggia della giungla e un ethos immorale di legittimazione della forza.
La retorica violenta, l’egoismo e persino l’appropriazione cruda dei simboli religiosi cospirano per produrre un miasma malevolo in cui il peccato del razzismo può prosperare senza controllo. La nostra società non farà progressi nell’affrontare il male del razzismo senza la volontà di lasciarsi alle spalle i fagocitatori della polarizzazione”.
Alla violenza, tuttavia, non si può rispondere con la violenza.
Martin Luther King, Jr. affermava: “L’oscurità non può scacciare l’oscurità; solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio; solo l’amore può farlo”.
L’odio razziale a distanza di anni dalla lezione di MLK, non sembra mai morto, “Con la violenza puoi uccidere colui che odi, ma non uccidi l’odio”, diceva il pastore battista afroamericano.
Con Barack Obama è arrivata l’idea di un’utopia “post-razziale”, utopia che abbiamo visto crollare nel 2015 quando Donald Trump ha annunciato la candidatura a presidente.
Nel suo “America first” infatti c’è il modello del “white power”, dei tycoon spregiudicati che come la sua famiglia ha fatto soldi sfruttando il lavoro non solo dei neri, ma anche dei bianchissimi polacchi, italiani e irlandesi immigrati per edificare i suoi hotel-grattacielo adibiti a casinò e case di prostituzione di lusso.
Più che dal fallimento di Obama al razzismo di Trump come semplice constatazione di fatti, bisogna però riconoscere come per il fallimento di Obama si sia arrivati al razzismo di Trump.
Un’onesta analisi del doppio mandato di Obama rivela che “l’occasione mancata” del primo presidente afroamericano nasce dalla miopia strategica di schierarsi con ogni minoranza senza discernimento.
Se il fenomeno in cui le minoranze prendono potere dalle maggioranze cresce a oltranza, si creano i presupposti della guerra civile.
La famiglia convenzionale ad esempio si sente minacciata dalla comunità LGBTQ e il razzismo si sveglia più aggressivo che mai.
Non è più soltanto quello del Ku Klux Klan ma anche quello di Black lives matter, quello dei poliziotti neri che infieriscono contro ispanici, cinesi e cittadini stranieri in una sorta di folle guerra tra i poveri.
Le centomila vittime da Covid-19 registrate finora negli USA ai danni soprattutto delle fasce sociali meno abbienti, insieme alla disperazione di quaranta milioni di disoccupati, sono il cigno nero di un dramma dove si esibisce “il primo Stato del mondo” all’approssimarsi delle sue elezioni presidenziali.

Fra AMAB

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