Perché Gesù dice ai suoi discepoli di non giudicare?

«Quante volte vediamo persone che vanno in chiesa, stanno tutta la giornata lì, ci vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo!» Lo ha detto il Papa nella prima udienza generale del 2019.

Quante persone partecipano alla marcia della pace e poi odiano e giudicano distruttivamente gli altri. «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37). È possibile mettere in pratica questa parola del Vangelo? D’altra parte, non è forse necessario giudicare se non ci si vuole arrendere di fronte a ciò che non va? Ma l’appello di Gesù si è profondamente inciso nei cuori. Gli apostoli Giacomo e Paolo, peraltro così diversi, vi fanno riferimento quasi con le stesse parole. Giacomo scrive: «Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?» (Giacomo 4,12). E Paolo: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?» (Romani 14,4). Domande che concernono la vita quotidiana. Se i discepoli di Gesù scelgono d’amare, continuano tuttavia a commettere errori dalle conseguenze più o meno gravi. Anche la loro reazione spontanea è quella di giudicare colui che–per sua negligenza, debolezza o dimenticanza–causa torti o fallimenti. In due riprese Gesù parla dell’occhio «malato» o «cattivo» (Matteo 6,23 e 20,15). Definisce così lo sguardo torbido di gelosia. L’occhio malato ammira, invidia e giudica il prossimo nel medesimo tempo. Ammiriamo il prossimo per le sue qualità ma, allo stesso tempo, ne siamo gelosi: così il nostro occhio diventa giudicante, non vede più la realtà per quella che è, tanto da arrivare a giudicare un altro per un male immaginario, mai realmente perpetrato. L’apostolo Paolo, in un passo determinante, si esprime così: «Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa d’inciampo o di scandalo al fratello» (Romani 14,13). Smettere di giudicarsi reciprocamente non porta alla passività, ma è condizione per un’attività positiva e comportamenti corretti. Gesù non invita a chiudere gli occhi e a lasciar correre gli eventi poiché subito prima di dire di non giudicare, domanda: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?» (Luca 6,39). Nell’epistolario del monaco certosino Giovanni di Gaza e del suo confratello Barsanufio, possiamo leggere un bell’esempio di sospensione del giudizio: dopo aver biasimato un fratello per la sua negligenza, Giovanni è dispiaciuto nel vederlo triste, tanto quanto si sente ferito quando a sua volta è giudicato dai suoi fratelli. Per trovare la calma, decide allora di non fare più rimproveri a nessuno e di occuparsi unicamente di ciò di cui è responsabile. Barsanufio allora gli fa capire che la pace del Cristo non sta nel chiudersi in se stessi e cita più volte la parola dell’apostolo Paolo: «Ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Timoteo 4,2). Barsanufio aveva compreso che Giovanni, in effetti, continuava a giudicare nel suo cuore. Gli scrive: «Non giudicare e non condannare nessuno, ma avvertili come veri fratelli» (Lettera 21). Rinunciando ai giudizi, Giovanni diventerà capace di prendersi cura degli altri.

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